Clandestini

Ci sono delle leggi che danno dei nomi alle cose. Ci sono leggi che stabiliscono che un luogo dev'essere definito clandestino e ci sono altre leggi che stabiliscono che un essere umano divenga nient'altro che un clandestino. Ma queste leggi – forse per definizione – ignorano o sono costrette a ignorare che un luogo diviene "clandestino" per necessità e un uomo diviene "clandestino" per disperazione. E che quindi, a dispetto di quelle leggi, un luogo non può far altro che rendersi clandestino e un essere umano non può far altro che diventare un clandestino.
È un momento tremendo per l'isola, per la Sicilia, questo nel quale stiamo riaprendo i battenti e non potevamo immaginarlo quando abbiamo scelto di aprire con la rassegna che abbiamo intitolato "L'Isola Plurale", citando Bufalino; non potevamo immaginare che i giorni della nostra riapertura avrebbero gettato su quel titolo una luce diversa, più inquietante, e che quella pluralità (che nelle nostre intenzioni era l'infinità delle voci e degli sguardi dei siciliani) sarebbe diventata, in qualche modo, quella di centinaia di uomini, donne e bambini che in Sicilia sono arrivati solo per morirci e che non hanno più sguardo né voce. Sono in questo momento circa cento i corpi recuperati dal mare a Lampedusa e pare ce ne siano almeno altri cento sott'acqua. Corpi di uomini, di bambini, di donne, accomunati tutti in un unico termine stabilito dalle nostre leggi, quello di "clandestino", appunto.
Ed è in un luogo clandestino come il Teatro Coppola che forse ha più senso provare a restituire sguardo e voce a tutta la pluralità di persone che fanno parte di quello che è definibile – parafrasando lo spettacolo che in questi giorni sta aprendo la nuova stagione del teatro – come "mondo offeso". È per questo motivo che diventa ancora più significativo e un onore ancora più grande che la nostra "isola plurale" venga inaugurata dal genio e dall'arte dei F.lli Napoli – che riescono a conciliare la tradizione della Sicilia e il suo cambiamento – e, in particolare, dal loro adattamento di "Conversazione in Sicilia" che si apre con un protagonista in preda ad "astratti furori per il genere umano" e con un viaggio verso la Sicilia diverso da quello di cui abbiamo avuto notizia nella notte tra il 2 e il 3 ottobre, ma che in qualche modo vi ha a che fare, proprio perché riguarda quel "mondo offeso" e dolorante dell'ingiustizia e delle sue vittime.
Ancora una cosa: in quella notte drammatica, a quanto s'è appreso, tre pescherecci che passavano nelle vicinanze del barcone di migranti, hanno scelto di non fermarsi a prestare aiuto. Questo in parte perché la legge ha dato ancora una volta un nome alle cose, che è quello di "favoreggiamento dell'immigrazione clandestina". È una forma di minaccia e di intimidazione da parte della legge, di fronte alla quale si può fare una scelta. In qualche modo questo accade anche con la clandestinità dei luoghi: si può scegliere di stare a certi ricatti e di cedere di fronte a certe minacce e si può invece scegliere di essere complici della clandestinità. O, meglio, si può scegliere di rifiutare l'idea stessa di clandestinità e di essere sostegno nella disperazione e unione nella necessità.

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