STATI GENERALI O MERCATI GENERALI

Giovedì 15 novembre 2012, Roma
IL TEATRO VALLE OCCUPATO CONTESTA I MIN. ORNAGHI E PROFUMO AGLI STATI GENERALI DELLA CULTURA INDETTI DAL SOLE 24 ORE

Stati Generali o Mercati Generali?
Ieri 14 novembre eravamo in piazza con i 50.000 studenti che hanno riempito Roma per partecipare allo sciopero generale europeo: c'eravamo come lavoratori dello spettacolo e della cultura, precari e intermittenti per definizione, per rivendicare il nostro diritto negato allo sciopero come forma di espressione del dissenso.
Oggi, dopo le violenze e l'assetto da guerra predisposto dalle forze dell'ordine, contestiamo i ministri Ornaghi e Profumo e le politiche economiche e culturali del governo per affermare che NON ABBIAMO PAURA, NON CI FACCIAMO INTIMIDIRE e per invitare tutte e tutti - precari, studenti, liberi cittadini - a chiedere la liberazione dei manifestanti arrestati e continuare a protestare, scendere in piazza in forme e modalità collettive.

Oggi al Teatro Eliseo vanno in scena i cosiddetti Stati Generali della Cultura alla presenza di imprenditori, presidenti di fondazioni bancarie e rappresentanti del governo: più che Stati Generali di una costituente della cultura ci sembra un meeting aziendale.

All'ordine del giorno il Manifesto per la Cultura del Sole24ore. Un manifesto che inizia con un'analisi condivisibile della condizione della cultura nel nostro Paese, ricordandone il gigantesco potenziale e incitando alla sua "valorizzazione". La soluzione proposta: "un forte intervento dei privati nella gestione della cosa pubblica". Pericoloso auspicio alla luce di quello che sta accadendo negli ultimi mesi, perché è proprio questo paradigma che ha portato in questi anni alla privatizzazione progressiva del patrimonio paesaggistico e culturale, fino alla vera e propria svendita previsa dalla spending review. Il danno irreparabile è la frammentazione di un patrimonio che appartiene a titolo di sovranità alla comunità e in cui tutti ci riconosciamo come identità collettiva.

È sul dogma "Privato è meglio" che si basa un'economia dei beni culturali ridotta al parassitario trasferimento di risorse pubbliche in tasche private, senza creare posti di lavoro ma sfruttando un vasto precariato culturale. E non stupisce che il Manifesto abbia ricevuto l'immediata adesione dei ministri Passera, Profumo e Ornaghi. In particolare il ministro dei Beni Culturali Ornaghi, l'uomo che il giorno del giuramento dichiarò "non so cosa significa Beni Culturali", è l'immobile protagonista della più disastrosa politica culturale degli ultimi anni: lo scandalo della Biblioteca Girolomini, le navi da crociera che devastano Venezia, le ristrutturazioni commerciali di edifici storici, nomina della Melandri al MAXXI, progetto di privatizzazione di Brera (come fu anticipato dall'occupazione di Macao) e soprattutto i tagli alla cultura e al patrimonio previsti dalla spending review.

Le macerie, citate nel manifesto, sono state prodotte da precise scelte di politica culturale, con le quali l'attuale governo ha mantenuto un'assoluta continuità.
Sono dunque questi soggetti, gli stessi che ci hanno condotto tra queste macerie, coloro che vorrebbero dettarci le soluzioni?
Perché nel manifesto non sono nominati i lavoratori della cultura, già privi di diritti in Italia e massacrati dalla riforma Fornero?
Perché non si parla delle modalità di accesso al mondo del lavoro e della loro partecipazione ai processi decisionali?
Perché non è trattato l'accesso e la condivisione dei saperi?
E infine, qual è il modello che vengono a proporre? La tanto lodata cooperazione tra pubblico e privato sarebbe il modello Abete che prima depotenzia Cinecittà per favorire grandi speculazioni immobiliari, aprire un resort e intascarsi i profitti, alla faccia dei lavoratori e del patrimonio collettivo che Cinecittà rappresenta?

Come lavoratrici/lavoratori dello spettacolo, della cultura e della conosceza siamo qui oggi per dire con forza che il fine della cultura non è di produrre profitto ma di incarnare una comunità. La ricchezza che la cultura produce è prima di tutto sapere critico, crescita umana, liberazione culturale. Tale ricchezza, che appartiene a tutti noi cittadine e cittadini, non può essere smantellata e svenduta in nome del patto di stabilità e del profitto.

Per noi ora, parlare di cultura, significa parlare di trasparenza nei processi decisionali e di nuove forme di democrazia, perché la cultura è una delle vie di cui disponiamo per orientare le nostre vite fuori dal campo di dominio del mercato e del denaro.
Basta con i mercati generali! Invochiamo dei veri stati generali della cultura, dal basso, con chi la cultura la fa e la ama.

Teatro Valle Occupato

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