Il Teatro Rossi di Pisa è aperto.

Quanto è magico entrare in un teatro e vedere spegnersi le luci.
Non so perché.
C'è un silenzio profondo, ed ecco che il sipario inizia ad aprirsi.
Forse è rosso.
Ed entri in un altro mondo.

Lynch

Teatro Ernesto Rossi di Pisa, 27 Settembre 2012: forse non c'è bisogno neppure di un sipario che inizia ad aprirsi per entrare in un mondo altro. Partiamo da luci spente in assenza di elettricità, anni di polvere depositata sulle assi di legno, piccioni che svolazzano sopra un palcoscenico abbandonato. All'interno di un luogo magico trascurato, dimenticato e lasciato all'incuria, ci ritroviamo per farlo vivere di nuovo, permettendo alle energie presenti in città, che non vogliono più disperdersi, di rivelare tutto il loro potenziale. Pisa è un territorio di scambi, incroci e contaminazioni, non una cartolina, perfetta e priva di vita. Un angolo di questa piazza, immobile e silenzioso dopo il tramonto del sole, può sperimentare forme di incontro tra cittadini e cittadine, lavoratori e lavoratrici, studentesse e studenti, giovani, anziani e bambini. Chiunque abbia voglia può far risuonare la propria voce dentro le sale di un teatro costretto ad un lungo, inesorabile ed inspiegabile silenzio. Il Teatro Rossi da anni non parla, sbarrato e invisibile di fronte allo sguardo indifferente delle aule universitarie che ne scrutano l'ingresso. Al Rossi non è concesso di parlare, perché dietro la patina superficiale dei grandi eventi culturali, le istituzioni cittadine si sono dimenticate del valore antichissimo dei suoi spazi, dove le persone possono conoscere e conoscersi, innescando processi di creatività che nascano dalla condivisione. Al Rossi da anni non si può parlare, perché un edificio settecentesco che appartiene a tutte e tutti noi è stato reso chiuso, impenetrabile, grigio.

Oggi, al posto del sipario, abbiamo aperto porte e finestre: al Rossi devono poter entrare luce, aria, voci, corpi, rumori, sedie, musica, chiacchiere, discussioni, dialoghi recitati, assemblee, idee e iniziative. Al Rossi devono poter entrare tutte le persone quelle che sanno vedere in un teatro un bene comune da costruire insieme, uno spazio da riempire ogni giorno. Lavoriamo sull'immateriale, nello spettacolo come nell'università, oltre un'asfissiante logica produttivista. Viviamo la precarietà che ci viene imposta stabilendo contatti e tessendo reti che ci liberino dalla retorica individualista della guerra tra poveri. Vi invitiamo a riconoscere quel che ci accomuna, dimenticando ogni sterile corporativismo e ogni frammentazione dei saperi; è arrivato il tempo di rischiare, mettendo in dubbio le certezze consolidate per scoprire dietro l'angolo qualcosa di nuovo. Non miriamo a qualcosa di già visto, non abbiamo nessuno da imitare, esitiamo a darci un nome perché non ci interessano definizioni e confini stabiliti: il teatro non ne ha, muta con il tempo e nel tempo subisce radicali rivoluzioni grazie alle passioni che scorrono dietro la scena.

Il Rossi non avrà bisogno di sipari, luci e silenzi come li conosciamo. Sarà una piazza, crocevia di incontri quotidiani, spazio fisico e non attraversato da donne e uomini pronti a immaginare, discutere, scrivere, ballare, suonare e recitare. Ci penseremo tutti noi, a renderlo un mondo altro.

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