SENZA CATENACCI

Dobbiamo molto al Teatro Valle.

L'appello lanciato tre anni fa con l'occupazione del più antico teatro romano invitava il mondo dell'arte a mettere da parte la prudenza, chiedeva agli artisti di ritornare per strada, di rimettersi in gioco come individualità politiche uscendo fuori dal ghetto dell'intrattenimento e del disimpegno, rifiutando allo stesso tempo un sistema di gestione della cultura verticistico e monopolista. È stato l'inizio di una stagione di improvvisazione creativa alla ricerca, se non di un nuovo modello, di una nuova socialità. Quell'appello ha catalizzato una serie di esperienze diversissime fra loro ma accomunate tutte da un palese gesto di sfiducia verso le istituzioni, dalla necessità di sottrarre le proprie esistenze di artisti e cittadini all'arroganza di amministrazioni sfrenate nello svendere ai privati patrimoni e dignità collettive al solo fine di ricavarne privilegio e clientela.

Sono stati tanti e ripetuti gli atti di volontà che, in tal senso, hanno sottratto spazi all'abbandono ed esercitato il diritto a una cultura veicolata dal basso.

Teatro Coppola Teatro dei Cittadini (CT), Teatro Garibaldi Aperto (PA), Ex Asilo Filangieri (NA), Teatro Pinelli (ME), Teatro Rossi (PI), Nuovo Cinema Palazzo (Roma), Macao (MI), Teatro Mediterraneo (PA), Teatro Marinoni (VE), S.A.L.E. Docks (VE), in tutti questi luoghi, in ognuno diversamente, si è abbandonata la prudenza per rivendicare la sfiducia, si è smesso di chiedere permesso al Potere rivendicando il poter fare.

Oggi, a tre anni da quell'appello, il Teatro Valle Occupato si è autosgomberato, costretto a un atto clamoroso e traumatico da un ricatto sbandierato come trattativa da parte delle istituzioni: forzato alla fiducia con la sibillina perfidia che solo gli apparati di governo sanno mettere in campo.

Siamo solidali con l'assemblea del Teatro Valle Occupato senza alcuna remora e ne sosteniamo le ragioni che porteranno ai confronti istituzionali dei prossimi giorni. Non possiamo però, con questo, accettare le pratiche di una amministrazione preoccupata esclusivamente di reimpossessarsi di un luogo per forzarlo nuovamente alla propria autorità e al proprio arrogante sistema di gestione, azzerando, di fatto e cinicamente, tre anni di sperimentazione, creatività, laboratorio politico e culturale in nome della legalità.

A nostro avviso l'unica apertura praticabile nei confronti del Potere è quella che ne scardina i catenacci. Occupare resta un valore. 

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